Gigi Casati a -248m alla sorgente di Vrelo Une

Il mio primo viaggio in Croazia, con ambizioni esplorative, avviene nel 2004. L’idea nasce grazie alla mia amicizia con Tanfo, abbreviazione scherzosa di Tanfoglio, forte speleologo, buon conoscitore dell’ambiente speleologico croato e con ottime amicizie nei luoghi interessati. Uno di questi luoghi è un solitario paesetto sperduto fra i monti, dove le tracce della guerra appena trascorsa, sono ancora molto evidenti. Il mio entusiasmo conquista la loro fiducia.
Nasce un’amicizia contagiosa con Tihi e con i membri del DDSKAF che mi mostrano le loro sorgenti più belle. Nel 2007 m’immergo per la prima volta a Vrelo Une, conosciuta al momento come enorme cavità esplorata solo fino a -50m.; raggiungo dopo qualche immersione, i -205m utilizzando il circuito chiuso Voyager.

Quell’estate era presente e si alternava con me nelle esplorazioni, il mio carissimo mentore, Jean Jacques Bolanz, uno dei più importanti pionieri e esploratori speleo subacquei, che perderà la vita il 29 ottobre dello stesso anno. Nel 2016, poiché con il tempo i miei materiali si sono evoluti, la mia esperienza migliorata, rielaboro la voglia di tornare a Vrelo Une, ricordandola come la mia prima esplorazione oltre i 200m. L’ubicazione di questa sorgente è all’altezza della città di Zara ma sta nell’entroterra, vicino al confine bosniaco ed è una delle più cospicue portate d’acqua che alimentano l’omonimo fiume Una. Da dove sono installate le tende, per raggiungere l’ingresso, si cammina per una decina di minuti con un dislivello di 50m. In prossimità di un boschetto, si scorge la magica visione dapprima delle acque limpide del fiume, poi dello specchio innocente del laghetto che cela la sorgente.

Tihi è presente con la sua équipe, io con la mia: non molti ma buoni. Ho portato una campana floscia, facile da trasportare e da installare in acqua, che potrebbe essere usata come rifugio asciutto in caso di problemi, oppure semplicemente una comodità, se la decompressione dovesse durare più del previsto, considerando che la temperatura dell’acqua è di 8 gradi. Il primo giorno installiamo la campana nel laghetto, stendiamo il filo d’Arianna e prepariamo la linea de-compressiva fino a -70m. Le condizioni sono buone, la portata è maggiore di quella di nove anni fa e la visibilità è di circa 10m; considerate le enormi dimensioni della parte iniziale, non ci sono problemi. La portata e le condizioni delle sorgenti sono legate sia alle condizioni meteorologiche, sia alle stagioni; normalmente si scelgono i periodi secchi come l’estate o l’inverno, perché durante le mezze stagioni, lo scioglimento delle nevi o le abbondanti piogge, provocano piene e spesso la visibilità si riduce ai minimi termini. La sorgente si sviluppa in una frattura larga fino a10m e lunga circa 30m.

A -80m la forma rimane la stessa, ma la frattura si orienta girandosi di 90° rispetto al tratto iniziale fino a un fondo a -120m. Da qui nuovamente torna alla direzione iniziale con le dimensioni che si rimpiccioliscono diventando 5m di larghezza per una media di 20m di altezza. Con Fred, il secondo giorno, porto le bombole di emergenza, posiziono il filo fino a -145m e ne approfitto per riprendere gli ambienti con le micro camere. Solo di recente mi sono dotato di action cam, utilissime per riprendere in contemporanea all’esplorazione, senza perdere tempo prezioso. Degli anni precedenti, purtroppo ho poche immagini legate alla mia attività, perché durante una spedizione, la cosa fondamentale è esplorare e non usare le giornate per scattare foto o fare riprese. Attualmente l’uso delle micro camere di nuova generazione rende la vita più facile. Queste, fissate in modo opportuno sul propulsore o sul casco, a fine immersione, danno subito l’opportunità a tutti di vedere e stupire seguendo il percorso dello speleo sub che ha raggiunto luoghi fuori portata della normalità e condividere le sue emozioni.

Un giorno di pausa è utile per ripristinare le attrezzature. Poco prima di partire, mi accorgo che uno dei tre sensori del mio reb fa il matto. Risaldando i contatti, supponevo di aver sistemato il problema già sorto nell’immersione precedente. Evidentemente il guasto sta nel sensore stesso, ormai troppo vecchio per funzionare correttamente. A questo punto Fred parte da solo e raggiunge la profondità di -244m, grandissimo risultato che fa balzare Vrelo Une ai primi posti tra le più profonde sorgenti esplorate nel mondo.

Ma non finirà qui: il quinto e ultimo giorno della spedizione, è il mio turno scendere verso le parti remote della grotta e sono molto curioso. Quando m’immergo, percorro il primo tratto fino a -120m lentamente, poi proseguo deciso. Dopo i -200m, la grotta cambia completamente morfologia e il colore della roccia diventa più chiaro; sento dentro di me l’irresistibile richiamo, provenire dalle profondità. Il propulsore agevola la mia progressione e velocemente percorro ambienti che, da andamento verticale alti 20m e larghi 5m, si restringono fino a creare un portale alto poco più di un metro: “cosa ci sarà oltre?” Attimi, secondi, che inebriano la mente di fantasie; ecco cosa c’è, una galleria che continua, con il fondo ricoperto da sassolini bianchi. Raggiungo il limite esplorato da Fred e sul mio computer la profondità indicata è leggermente inferiore -240m; non posso fermarmi qui: impugno lo svolgi-sagola, avanzo ancora per una trentina di metri raggiungendo la profondità di -248 che è la media dei tre computer che ho al polso. Sono appagato, torno.

Il mio fedele Suex XK1 è una manna in questo tipo d’immersioni: ricordo quando a quote elevate cioè oltre i -180m, andando in esplorazione con la sola propulsione delle pinne, ero costretto a calibrare ogni movimento per evitare di aumentare il ritmo respiratorio e facilmente il limite era presto raggiunto. Ora con i propulsori, la progressione è più semplice e i limiti si spostano avanti in maniera vertiginosa. Il desiderio di percorrere una grotta nasce da motivazioni complesse, da ragioni diverse, può iniziare da quelle scientifiche per studiare l’ambiente flora e fauna, continuare con la sfida a se stessi per capire fino a dove la mente permette mete incredibili, con il coraggio di conoscere le nostre paure, e di sfidare un ambiente, più o meno faticoso da affrontare e, di per sè, tra i più ostili per un umano.

L’esplorazione di una grotta nuova, supera le motivazioni e le sensazioni che si provano nel percorrere una grotta conosciuta, poiché sapere invece di essere il primo uomo che arriva in un luogo fino a quel momento inaccessibile è una sorta di droga. Così è per me: una ragione di vita che mi possiede che da ormai trent’anni e sempre mi emoziona intensamente.

La mia immersione a Vrelo Une è stata di 6 ore e 10’, con un paio di ore in più di decompressione aggiunte alle previste, per un problema alla gamba destra, probabilmente legato alla risalita veloce dalla zona profonda della grotta. La soddisfazione di essere arrivato così fondo e avere osservato dal vivo uno spettacolo unico, mi entusiasma. Con 100m di galleria a oltre -200m di profondità, sono essere privilegiato.



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